
vulvette ( registered III-IV sec. d.c.)
se la cucina è anche invenzione, come tutte le invenzioni umane, non può non poggiarsi sul già dato, nel senso fisico di sperimentato.
si è vicino alla linguistica, insomma, dove si consolidano parole nuove fondandosi sul vernacolo o sul gergale.
nel caso di queste che ho battezzato vulvette è bastato applicare la tecnica degli strascinati, o quella analoga delle orecchiette pugliesi, sostituendo la materia di farina di grano duro di questi con l'impasto di patate, farina di grano tenero e pochissimo uovo, proprio degli gnocchi.
il risultato è stato una sorta di ricciolo bi-voluta, uno spessore più esiguo di quello dello gnocco che si avvolge intorno ad un canale vuoto, 'na vulva, 'nsomma.è chiaro che a 'sto punto ti chiedi chi abbia già usato in cucina la parola vulvetta.
ed eccolo qui, in rete compare nientepocodimenoche Apicio con il suo de re coquinaria
http://www.hs-augsburg.de/~harsch/Chronologia/Lspost04/Apicius/api_re02.html
le chiama vulvulae isiciate (III, 1) e, sempre con l'aiuto della "retia", riesco a darle un forma, una materia: so' delle polpettelle, insaccate o meno, di farro grosso, l'antichissimo farro spelta.
una specie di haggis scozzese senza carni ma ricco di pinoli, mandorle, uva passa ed impastato con vino cotto. quest'impasto che apicio chiama apothermum (II, 10) devo immaginarlo modellato come delle polpette e cotte in un passato di verdure e spezie e dove non può mancare il liquamen o garum, salsa principe di questa cucina.
stavolta, almeno nella scelta del nome, mi son fondato su un illustre ma immangiabile precedente.
almeno il buon vecchio Apicio non mi chiederà i diritti d'autore.
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