sabato 2 gennaio 2016

Zen tzigano






Zen tzigano


Gia’ è già giù. Si va, cagna in testa, verso ovest.
Il ring verde per ora è solo un muro che sembra  fatto apposta per addossarvi cumuli di rifiuti. Rifiuti di ogni tipo.
Ti tocca di nuovo ironizzare sul sesto Mitridate per spronare il titubante Voceira ad accettare la tua teoria sull’aumento delle proprie autodifese.
Tuttavia qualche dubbio sulle tue intuizioni medicoscientifiche ti prende quando vedi la bianca e rigogliosa schiuma accompagnare lenta le ex regie acque. E i dubbi aumentano quando un indescrivibile e spesso fetore ti attanaglia la trachea, spalancata, questa, nel compito di immettere aria al tuo corpo che corre.
Dallo sterrato che costeggia il lagno, tracciato dalla  peregrinazione di centinaia di pecore diossiniche, passate a quello sottostante il ramo dedicato alle merci della sopraelevata del Tav che scende da nord e vira bruscamente verso est.



 


Qui esiste un ganglio antropico territoriale, un nodo multiplo di strade più o meno asfaltate, di ferrovie più o meno veloci, una fogna a cielo aperto più o meno storica.
Qui coesistono una chiesa con frontone ed un cimitero con cipressi, una collina di rifiuti e tante piccole dune artificiali, un impianto di depurazione della fogna a cielo aperto, un maneggio per la monta western, un serbatoio idrico su pilone, una vasca per la macerazione della canapa, degli asfittici terreni semi abbandonati ed un accampamento di uomini nomadi.






Il campo è preannunciato da una scritta in giallo acido sul cemento di una pila della linea ferrata che travalica quella a raso. Ti impegni a decifrarla aggiungendo le acca ed aiutandoti con i punti che l’autore, forse preoccupato di essere intellegibile, ha posto tra una parola e l’altra.
CI. VIENE. IN. CUESTO. CAMPO. MALAMNTE. NONE MA. NANCE. BUONO. Chi viene in questo campo non è malamente, ma neanche buono.
Ci pensi, effettivamente sembra criptica. Ci ripensi, tu stai entrando al campo. Gli zingari, per voi stanziali,  non sono buoni come non sono buoni quelli che li avvicinano. Per loro lo stanziale che osa avvicinarli non è malamente ma, per voi, non è buono. Sono le vostre culture a confronto, è l’individualismo di chi arriva e quello di chi riceve fusi in una media zen.
Man mano che vi avvicinate aumentano le carcasse d’auto, quello che ne rimane dopo le asportazioni e le fiamme. Intorno ad una di queste vi sono due donne ed un uomo. Guardano sbigottiti alla vostra apparizione, sono preoccupati soprattutto di Rennie ma fanno finta di nulla e riabbassano gli sguardi di corvo verso il loro lavoro. Solo lui risponde con un mugugno al vostro salve.
Delle due donne quella più giovane è gravida, un pancione le gonfia la lunga ed ampia gonna. Hanno un vecchio camioncino, che ricorda un chair a banc, dietro al quale trafficano con quel che resta di un intero motore ancora attaccato ai supporti. Finalmente afferrate quello che stanno facendo, cercano di sollevare ‘sto motore bruciacchiato sullo sciaraballa. Non mancano di intuito ed esperienza cinematici tanto da tentare di metterlo in verticale per poterlo ribaltare, poi, sul camioncino. Ma il peso è eccessivo.
Occorre proporsi, loro non ve lo chiederebbero mai di essere aiutati. Non sono abituati alla solidarietà.
Detto fatto, l’aggancio di Ja è notevole, tutti voi altri lo notate con un sollievo e con un sollievo guardate il motore ribaltarsi perfettamente sul pianale con un tonfo di lamiera ed un leggero impennamento del mezzo.
Le parole, dopo, sono poche. Qualche domanda vostra per ottenere vaghe bugie e certi depistamenti. Una domanda loro, per confermare quella visione zen: “ ma voi non siete italiani, eh? “


dicembre 2010 


testo di Stefano Marino
disegno di Franco Oliviero e Stefano Marino
foto di Gianni Ja Voceira Tartaglione


venerdì 18 dicembre 2015

canapone




guardatela tutta, fino in fondo, questa ricomposizione per immagini della lavorazione della canapa fatta da di vilio. guardatela tutta questa nostra storia, guardatela dall'aratura, con le bestie e l'aratro, delle nostre terre di qua e al di là del lagno, guardate come cresceva alto il canapone sotto l'occhio vigile dei sorveglianti massari o del padrone. e ringraziamo quest'ultimo se oggi possiamo guardare quegli uomini e donne, con la forza, ma anche le sembianze, di uomini, dividersi indistintamente i compiti del taglio e della raccolta in fasci delle alte piante. è grazie a lui, che poteva permettersi di portare il fotografo fòre, in campagna, se oggi guardiamo come i nostri avi s'accerevano 'a salute per disporre i fasci a macerare sott'acqua, mantenuti dal peso di pietroni posti e rimossi ad ogni ciclo.
guardate come si convogliava con perizia l'acqua dei lagni in vasche o ad allagare moggia di terreno predisposto a questo, come esisteva anche il ruolo del tuffatore per sistemare i fasci e le pietre in profondità.
(qui becco il di vilio non del tutto fornito: esiste da qualche parte, io ne ho un poster di qualche festa dell'unità, una foto che testimonia la premiazione dei tuffatori. è un bel gruppo di contadini magrissimi e scamiciatissimi disposti come una squadra di calcio ed al cui centro contrasta la figura chiatta del padrone baffuto. quello c'è sempre: no padrone, no foto!)
guardatela tutta, fino in fondo, guardate come dopo la macerazione i fasci, i mattoli, venivano messi ad essiccare in covoni e come dai fusti iniziava a staccarsi la fibra, quella che interessava come prodotto principale.
guardate i lavoratori, uomini e donne, sempre indistintamente, come battono i fusti con la macennula, ne rompono la parte lignea, ne macinano, da cui il nome dell'attrezzo ancestrale, la parte macinabile mentre quella fibrosa lunga e filamentosa viene raccolta. e nulla andava perso: se la fibra diventava, dopo pettinatura la stoppa da cui ricavare, filandola, la canapa vera e propria, la parte lignea diveniva cannauccioli, buoni per il fuoco. guardate come al lavoro manuale man mano si sostituisce la macchina per frantumare, pettinare, arrotolare, filare.
(filare, anche qui vedo sfornito il di vilio; esisteva il fuso ed esistevano le vecchie che lo manovravano)
guardate come alle bestie si sostituisce il trattore ed al lavoro nelle ampie e soleggiate aie si sostituisce il lavoro nelle aziende macchinizzate. guardate come le stesse aziende assumeranno quei contadini, no qui solo le loro donne, per immetterle in processi di lavorazioni che nulla più avranno in comune con il naturale svolgersi delle stagioni e dei lavori nei campi e nei cortili. un alleggerimento della fatica sicuramente, ma anche un insterilimento dei rapporti umani, una promessa di benesseri solo lavorativi che vedranno fine però con le prime casse integrazioni degli anni settanta quando la canapa non interessava più nessuno.
guardatela fino in fondo questa storia per immagini, guardate i volti smarriti di queste lavoratrici, guardate come più sono anziane e più sono infelici. ma guardate anche la forza dell'amore al centro dell'ultima foto: un amore tra sorelle, tra cugine, tra amiche? o, semplicemente, un amore saffico!?


i giorni della canapa Storia per immagini in Terra di Lavoro di Salvatore Di Vilio  

domenica 29 novembre 2015

branchi






il fattariello che segue non è per le turbabili anime animaliste per la sua crudezza, comunque ne consiglio la lettura perchè molto esemplificativo di un rapporto tra i cani molto simile a quello tra umani.

...pant...pant...
chìano, casale', chìano chìano!
lo tsnik tsnik della lingua contro il palato non serve più a tenerlo attaccato, ormai li ha avvertiti anche lui, so' stati gli esploratori, i più piccoli che battono davanti e lasciano la piscia da traccia per gli altri, loro c'hanno visto. e abbaiano, 'st'idioti, eccome se abbaiano, devono avvisare gli altri, strunzarielli spioni!
...pant...pant...pant...
sta' qua! casa', pure tu, ombra! qua!
con ombra n'n ce stanno pprublemi, fa quello che fa il padre, se controllo il casalese controllo anche lei.
eccoli, arrivano, azz! so' almeno dieci dodici, tra gruosse e piccerille...stronzi i piccirielli, so' 'e chiù stronzi.
...pant...
piazziamoci qui, fermi! oh, oh...ombra, qua!
chìano, casale', chìano, mi stai seganno 'e ddete!
ecco, qua va bene, fermi, state fermi...facimmece 'n'idea...
'na mazza!? ci vuole un bastone...
crack...pant...crack
un fuscello, una mazzarella...'sto fusto di mais è l'unica mazza che si trova a portata...casale', non tira'!
arrivano, ormai è il capobranco a stare in testa, è macilento ma alto ed incazzato, deve far vedere il suo coraggio e la sua forza agli altri.
ombra, dietro!, ferma, casa'! tra poco sarà tuo!
...arghhh...mi lancio col mais alto sulla testa e con l'altro braccio quasi staccato dal tiro di casale...
raaah...raptus...raaah!
ombra ci segue, titubante, ma ci segue e la strategia sembra funzionare, qualche piccoletto s'è già spaventato e si allontana dal branco...
ora!...mollo il casalese!
...zip...un lampo, un attimo solo e travolge il maculato colpendolo di spalla contro il fianco ed azzannandolo alla testa, tra orecchio ed occhio...
perdo un secondo di vista ombra, no, eccola che insegue un paio di piccoli, uno è anche zoppariello.
casa', casa', basta, lascialo, casa', vediamo di controllare gli altri...
cazzo! è proprio ora che avviene ciò che non avrei mai creduto possibile tra i fratelli cani.
i tre o quattro che seguivano da vicino il capo lo azzannano, danno man forte al casalese, incredibile. è come se dicessero: ci hai deluso, staje abbuscanne, e noi passiamo con il vincitore. sei tu, cane grosso dotato di umano, il nostro nuovo capo.
che cani 'e merda.