Zen tzigano
Gia’ è
già giù. Si va, cagna in testa, verso ovest.
Il
ring verde per ora è solo un muro che sembra fatto apposta per addossarvi cumuli di
rifiuti. Rifiuti di ogni tipo.
Ti
tocca di nuovo ironizzare sul sesto Mitridate per spronare il titubante Voceira ad accettare la tua
teoria sull’aumento delle proprie autodifese.
Tuttavia
qualche dubbio sulle tue intuizioni medicoscientifiche ti prende quando vedi la
bianca e rigogliosa schiuma accompagnare lenta le ex regie acque. E i dubbi
aumentano quando un indescrivibile e spesso fetore ti attanaglia la trachea,
spalancata, questa, nel compito di immettere aria al tuo corpo che corre.
Dallo
sterrato che costeggia il lagno, tracciato dalla peregrinazione di centinaia di pecore
diossiniche, passate a quello sottostante il ramo dedicato alle merci della
sopraelevata del Tav che scende da nord e vira bruscamente verso est.
Qui
esiste un ganglio antropico territoriale, un nodo multiplo di strade più o meno
asfaltate, di ferrovie più o meno veloci, una fogna a cielo aperto più o meno
storica.
Qui coesistono
una chiesa con frontone ed un cimitero con cipressi, una collina di rifiuti e
tante piccole dune artificiali, un impianto di depurazione della fogna a cielo
aperto, un maneggio per la monta western, un serbatoio idrico su pilone, una
vasca per la macerazione della canapa, degli asfittici terreni semi abbandonati
ed un accampamento di uomini nomadi.
Il
campo è preannunciato da una scritta in giallo acido sul cemento di una pila della
linea ferrata che travalica quella a
raso. Ti impegni a decifrarla aggiungendo le acca ed aiutandoti con i punti che
l’autore, forse preoccupato di essere intellegibile, ha posto tra una parola e
l’altra.
CI.
VIENE. IN. CUESTO. CAMPO. MALAMNTE. NONE MA. NANCE. BUONO. Chi viene in questo
campo non è malamente, ma neanche buono.
Ci
pensi, effettivamente sembra criptica. Ci ripensi, tu stai entrando al campo.
Gli zingari, per voi stanziali, non sono
buoni come non sono buoni quelli che li avvicinano. Per loro lo stanziale che
osa avvicinarli non è malamente ma, per voi, non è buono. Sono le vostre
culture a confronto, è l’individualismo di chi arriva e quello di chi riceve
fusi in una media zen.
Man
mano che vi avvicinate aumentano le carcasse d’auto, quello che ne rimane dopo
le asportazioni e le fiamme. Intorno ad una di queste vi sono due donne ed un
uomo. Guardano sbigottiti alla vostra apparizione, sono preoccupati soprattutto
di Rennie ma fanno finta di nulla e riabbassano gli sguardi di corvo verso il
loro lavoro. Solo lui risponde con un mugugno al vostro salve.
Delle
due donne quella più giovane è gravida, un pancione le gonfia la lunga ed ampia
gonna. Hanno un vecchio camioncino, che ricorda un chair a banc, dietro al
quale trafficano con quel che resta di un intero motore ancora attaccato ai supporti.
Finalmente afferrate quello che stanno facendo, cercano di sollevare ‘sto
motore bruciacchiato sullo sciaraballa. Non mancano di intuito ed esperienza cinematici
tanto da tentare di metterlo in
verticale per poterlo ribaltare, poi, sul camioncino. Ma il peso è eccessivo.
Occorre
proporsi, loro non ve lo chiederebbero mai di essere aiutati. Non sono abituati
alla solidarietà.
Detto
fatto, l’aggancio di Ja è notevole, tutti voi altri lo notate con un sollievo e
con un sollievo guardate il motore ribaltarsi perfettamente sul pianale con un
tonfo di lamiera ed un leggero impennamento del mezzo.
Le
parole, dopo, sono poche. Qualche domanda vostra per ottenere vaghe bugie e
certi depistamenti. Una domanda loro, per confermare quella visione zen: “ ma
voi non siete italiani, eh? “
dicembre 2010
testo
di Stefano Marino
disegno
di Franco Oliviero e Stefano Marino
foto
di Gianni Ja Voceira Tartaglione


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