martedì 12 novembre 2019

#lamiasaigon 01

maccheroni
il mio cucciolo è gigantesco, ha cinquanta di piede. sedici anni per uno e novanta e cento chili. gi gan té sco.
è grosso e buono come un depardieu però bruno e come un depardieu è dotato di un alto senso dell'ironia.
quella volta win il cinese che non lo vedeva da tempo restò ammutolito al suo ingresso in sala ed estasiato dalla meraviglia, come se stessimo parlando di una splendida bestia che si sta allevando, un animale domestico la cui bellezza e cura esaltano anche l'orgoglio del padrone, chiese che gli dessimo da mangiare.
fu la bestia a rispondere per primo: maccheroni.
maccheroni!? e con che?
maccheroni con ragù.
la squadrata mascella gli arrivava al petto per lo stupore mentre chiamava liú.
liú... liú... guarda, guarda anche tu. maccheroni, maccheroni, i nostri figli devono mangiare maccheroni. maccheroni al ragù.
santa donna liú, madre di due struoppolini agili e veloci che non fai mai in tempo a fotografare.
santa donna dedita alla gestione del ristorante ed in attesa di un nuovo struoppolino che arriverà mo, a dicembre.
santa donna che alacre continua a lavorare e che riesce a sopportare pure i mugugni del marito che avrebbe voluto una stroppolina.
[ne ho parlato con loro tempo fa: è come se fosse stata una liberazione dalle imposizioni stataliste sul numero di figli e sulla convenienza tradizionalista del loro sesso, il loro approdo in occidente è stato un avanzamento economico e prolifico. (casomai ne parlerò con voi in un altro racconto)]
maccheroni dunque e con ragù.

stasera è liú ad accoglierci, sono settimane che non ci vedono, sono lieti di vederci e lei è lieta di potermi chiedere di intercedere con win sulla questione maccheroni: i bambini dopo un iniziale piacere della scoperta dei maccheroni al ragù erano ormai stanchi e nauseati da giorni e giorni di questi.
devi farlo smettere o quantomeno insegnargli una ricetta diversa, che so? ad esempio un piatto che ho visto ma che non so fare: maccheroni in bianco.

ci ho provato a convincere win, da un'iniziale curiosità verso la ricetta degli spaghetti alla carbonara, ma con prosciutto cotto col taglio alla cantonese, ha ritenuto che, per la velocità d'impiego e perché le più prestigiose, sarebbe stato meglio per la crescita dei  pregiati discendenti delle sue terga continuare a condire i maccheroni con le comode confezioni di ragù in barattolo della mutti.

martedì 13 agosto 2019

#lamiasaigon 00

fuori da sangile a san pasquale è un posto privilegiato per assistere al teatro umano. mentre aspetto la mia insalata mista, che insalata non è ed a cui sangile sa che dovrà aggiungere cucchiaiate di paté di peperoncino, c'è un ragazzo nero già una zuppa di sudore nel tentativo di mettere in moto un sì della piaggio, nemmeno dotato di targa per quanto è vintage.
il grosso,  smisurato e sbrecciato casco poggiato sull'aiuola, sta smontandone la candela. la gratta sulla pietra e ci soffia su. la rimonta, ritenta a spingere. niente.
non so, sembra vada tosto come se non attaccasse il differenziale, ammesso si chiami così quella sorta di volano attaccato alla cinghia e coperto dal lungo carterino che accompagna in basso l'essenziale linea del sì. così lo chiamavamo, differenziale, staccava la ruota dal motore, una sorte di folle. va a sapere, per quel poco che ci serviva era già troppo, tanto bastava che alleggerisse lo sforzo per metterlo in moto.
ma sto pensando di me, dei miei ricordi. lui, sempre più grondante starà pensando che non potrà andare in campagna domattina, che forse dovrà raggiungerli a piedi i campi di pomidoro o tabacco dove sta passando questo agosto di fuoco.
jet detto gino mi chiama: la mia insalata non insalata è pronta. rientro, regolo ed esco, decido di mangiarla e di offrire le poche conoscenze di motore a due tempi al giovane sempre più sudato. minimo minimo saremo compagni di sudore.
già fatto! sul sì, bello che in moto, c'è un piccoletto alla moda che sembra dell'est, più suddest, albania.
il sì mantiene con dignità un rumoroso e puzzolente minimo ed il padrone (ah, il premio del capitalismo: ho anch'io qualcosa) sorride imbarazzato a testa bassa sotto quella che sembra un cazziatone del biondino.
mette l'elmetto, inforca il mezzariello, saluta con mano e testa e va.
che era? ma già sa che voglio sapere. già sapeva il problema: tiene a capa e fierro. è già a terza vota che ce lo faccio vedere. stu fesso nu tira a frizione.

martedì 25 giugno 2019

nell'afa un afror

nell'afa un afror
d'africana afrodite

- naaa, io no razzista, io venco cu te pure se essere nera...
- ja!? so why do you give me only ten euros and twenty to albanian?
- che c'entra? tu s'i nera!

domenica 27 gennaio 2019

somme

#homemory

mentre ancora non riesce a seguire le evoluzioni della società circostante, cerca di tirar le somme degli ultimi giorni del trascorso anno e dei primi di questo.
non male, deve riconoscerlo, molte sue passioni son state in qualche modo sollecitate, hanno nel bene e nel male prodotto qualcosa.
l'ippocampo, ultimo tentativo di metafora fallica tutta tonda sul piano, è già cartone.
la derivata con formaggi della polenta bramata è piatto fatto. il sale bilanciato ed il tempo portano avanti il lavorio sui salumi.
le esplorazioni e la costruzione dei nidi di rovi per questa stagione prosegue spedita e nei tempi necessari.
ha letto e scritto anche d'urbanistica. l'opinione politica l'ha potuta esprimere, almeno sui social dove non si fa mancare nemmeno il cazzeggio.
i cazzotti fanno male ma il piacere che prova imparando ad usarli è maggiore e se ne fotte dell'occhio pesto.
l'erotismo e di più l'autoerotismo l'allietano.

domenica 2 dicembre 2018

la gassosara

la gassosara

di lei non ricordo il nome, e nemmeno papà lo ricorda. lui ricorda che fosse la nonna di pasquale pesce 'e fierro e di come vendesse anche mele cotte prima dei miei ricordi.
per lei potremmo scegliere qualsiasi nome d'antan tranne francesca e maddalena perché, queste sì, fisse nella mia memoria ed entrambe sue dirimpettaie: zi' francíesca fu suocera di mia zia palmina e zi' maddalena 'a perucchiosa fu bottegaia e madre di bottegaie.
per me fu la gassosara. solo così posso evocarla dai flashback che faccio di lei e del suo vascio illuminato solo dalla porta sul vico contadino.
la gassosara era in gramaglie sempre, il suo gonnellone spazzava l'impiantito di cemento e, ora come allora, sorrido al pensiero che sotto avesse potuto celarvi qualcosa a lei ben più prezioso delle gassose che vendeva.
non si riportavano le cassette gialle col rilievo arnone: erano lì, nell'angolo destro dell'ambiente sempre in penombra ma odoroso di pulito all'acqua e candeggina.
mica si prendeva una cassa di gassose? e chi teneva 'a forza!? se ne prendevano, riportando i vuoti dall'ovvia cauzione, due, tre, tante quante ne potessero portare le mani di un bambino.
le casse di bottigliette piene erano sotto l'alto letto che occupava gran parte del vascio. da là sotto ne tirava una, sollevando le tante coltri e la vivace trapunta, la gassosara e da essa ne pigliava quelle per cui riceveva i soldini che nonni e mamme avevano fornito per correggere l'aspro o l'acido dei vinacci che si avevano.
fu lì, su quello che mi appariva enorme letto che vidi per la prima volta quella rigida bambola tutta vestita in maniera compita con veli e merletti, bionda polverosa e con un fiocco rosso, seduta a gambe divaricate. colla schiena poggiata ai gonfi e bianchi cuscini, le braccia a ciambella sospesa tra collo e grembo, mi lanciava l'azzurro dei suoi occhi con la fissità del carabiniere sospettoso. sembrava essere stata messa lì come impassibile ed incorruttibile cerbero a guardia dell'unica ricchezza della vecchia.

venerdì 28 settembre 2018

tigers

#hocommentary
#hodio
delle tigri bianche ed altri felini
sul piazzale del velodromo vicino casa è arrivato il circo, un circo piccolo ma che ha con sé un bel po' di grandi felini. sembra, dai manifesti e dalla visibilità che danno loro, che essi siano il pezzo forte dello spettacolo. in particolare gran visibilità la hanno due tigri siberiane, quelle bianche, la cui vita, passata tra ossessivo girare in tondo, accontentarsi della poca carne lanciata e noia, è esposta, insieme a quella di una bengalese dal solito manto, in un doppio gabbione. sempre un simile gabbione contiene la vita di un clan di leoni i cui due  maschi, pigri e restii a sgambettare nonostante gli incitamenti di una bella ammaestratrice, sono calvi.
passando ho pensato di doverli fotografare, soprattutto le bianche. ma non ce l'ho fatta. c'è troppa tristezza dentro quelle gabbie e, pensandoci, c'è troppa tristezza nella spaccatura interiore che emerge nel costatare una contraddizione nei buoni auspici che vorrei augurare a quelle bestie.
un spaccatura duale la chiamo quando il consumismo che mi avvolge mi mette di fronte un dilemma semplice semplice, tipo questo.
a) questi coinquilini che puzzano del loro stesso piscio dovrebbero essere "liberati" in strutture idonee ad accoglierli e che, con buona probabilità, risulteranno essere gabbie un po' più in mimesi con la natura. dovrebbero interrompere la loro prigionia dalla nascita, il loro peregrinare con uomini di spettacolo, per trasferirli a far la fame in un bel parco zoologico, su di un finto dirupo che le separi dal pubblico.
b) queste meraviglie antiche, nate, perché la vita succede, in cattività e sfruttate dall'uomo, ridotte alla schiavitù di mostrare se stessi, dovrebbero continuare a dare spettacolo, a giocherellare ubbidienti ed annoiate, stizzose o pazienti, con quello che dà loro da mangiare. anzi, e qui la spaccatura diventa massima, occorre augurare ai circensi, e di conseguenza a loro, di fare bene il loro lavoro e di attirare quanti più spettatori paganti. magari mangerebbero di più e meglio.