nell'afa un afror
d'africana afrodite
- naaa, io no razzista, io venco cu te pure se essere nera...
- ja!? so why do you give me only ten euros and twenty to albanian?
- che c'entra? tu s'i nera!
nell'afa un afror
d'africana afrodite
- naaa, io no razzista, io venco cu te pure se essere nera...
- ja!? so why do you give me only ten euros and twenty to albanian?
- che c'entra? tu s'i nera!
#homemory
mentre ancora non riesce a seguire le evoluzioni della società circostante, cerca di tirar le somme degli ultimi giorni del trascorso anno e dei primi di questo.
non male, deve riconoscerlo, molte sue passioni son state in qualche modo sollecitate, hanno nel bene e nel male prodotto qualcosa.
l'ippocampo, ultimo tentativo di metafora fallica tutta tonda sul piano, è già cartone.
la derivata con formaggi della polenta bramata è piatto fatto. il sale bilanciato ed il tempo portano avanti il lavorio sui salumi.
le esplorazioni e la costruzione dei nidi di rovi per questa stagione prosegue spedita e nei tempi necessari.
ha letto e scritto anche d'urbanistica. l'opinione politica l'ha potuta esprimere, almeno sui social dove non si fa mancare nemmeno il cazzeggio.
i cazzotti fanno male ma il piacere che prova imparando ad usarli è maggiore e se ne fotte dell'occhio pesto.
l'erotismo e di più l'autoerotismo l'allietano.
la gassosara
di lei non ricordo il nome, e nemmeno papà lo ricorda. lui ricorda che fosse la nonna di pasquale pesce 'e fierro e di come vendesse anche mele cotte prima dei miei ricordi.
per lei potremmo scegliere qualsiasi nome d'antan tranne francesca e maddalena perché, queste sì, fisse nella mia memoria ed entrambe sue dirimpettaie: zi' francíesca fu suocera di mia zia palmina e zi' maddalena 'a perucchiosa fu bottegaia e madre di bottegaie.
per me fu la gassosara. solo così posso evocarla dai flashback che faccio di lei e del suo vascio illuminato solo dalla porta sul vico contadino.
la gassosara era in gramaglie sempre, il suo gonnellone spazzava l'impiantito di cemento e, ora come allora, sorrido al pensiero che sotto avesse potuto celarvi qualcosa a lei ben più prezioso delle gassose che vendeva.
non si riportavano le cassette gialle col rilievo arnone: erano lì, nell'angolo destro dell'ambiente sempre in penombra ma odoroso di pulito all'acqua e candeggina.
mica si prendeva una cassa di gassose? e chi teneva 'a forza!? se ne prendevano, riportando i vuoti dall'ovvia cauzione, due, tre, tante quante ne potessero portare le mani di un bambino.
le casse di bottigliette piene erano sotto l'alto letto che occupava gran parte del vascio. da là sotto ne tirava una, sollevando le tante coltri e la vivace trapunta, la gassosara e da essa ne pigliava quelle per cui riceveva i soldini che nonni e mamme avevano fornito per correggere l'aspro o l'acido dei vinacci che si avevano.
fu lì, su quello che mi appariva enorme letto che vidi per la prima volta quella rigida bambola tutta vestita in maniera compita con veli e merletti, bionda polverosa e con un fiocco rosso, seduta a gambe divaricate. colla schiena poggiata ai gonfi e bianchi cuscini, le braccia a ciambella sospesa tra collo e grembo, mi lanciava l'azzurro dei suoi occhi con la fissità del carabiniere sospettoso. sembrava essere stata messa lì come impassibile ed incorruttibile cerbero a guardia dell'unica ricchezza della vecchia.
#hocommentary
#hodio
delle tigri bianche ed altri felini
sul piazzale del velodromo vicino casa è arrivato il circo, un circo piccolo ma che ha con sé un bel po' di grandi felini. sembra, dai manifesti e dalla visibilità che danno loro, che essi siano il pezzo forte dello spettacolo. in particolare gran visibilità la hanno due tigri siberiane, quelle bianche, la cui vita, passata tra ossessivo girare in tondo, accontentarsi della poca carne lanciata e noia, è esposta, insieme a quella di una bengalese dal solito manto, in un doppio gabbione. sempre un simile gabbione contiene la vita di un clan di leoni i cui due maschi, pigri e restii a sgambettare nonostante gli incitamenti di una bella ammaestratrice, sono calvi.
passando ho pensato di doverli fotografare, soprattutto le bianche. ma non ce l'ho fatta. c'è troppa tristezza dentro quelle gabbie e, pensandoci, c'è troppa tristezza nella spaccatura interiore che emerge nel costatare una contraddizione nei buoni auspici che vorrei augurare a quelle bestie.
un spaccatura duale la chiamo quando il consumismo che mi avvolge mi mette di fronte un dilemma semplice semplice, tipo questo.
a) questi coinquilini che puzzano del loro stesso piscio dovrebbero essere "liberati" in strutture idonee ad accoglierli e che, con buona probabilità, risulteranno essere gabbie un po' più in mimesi con la natura. dovrebbero interrompere la loro prigionia dalla nascita, il loro peregrinare con uomini di spettacolo, per trasferirli a far la fame in un bel parco zoologico, su di un finto dirupo che le separi dal pubblico.
b) queste meraviglie antiche, nate, perché la vita succede, in cattività e sfruttate dall'uomo, ridotte alla schiavitù di mostrare se stessi, dovrebbero continuare a dare spettacolo, a giocherellare ubbidienti ed annoiate, stizzose o pazienti, con quello che dà loro da mangiare. anzi, e qui la spaccatura diventa massima, occorre augurare ai circensi, e di conseguenza a loro, di fare bene il loro lavoro e di attirare quanti più spettatori paganti. magari mangerebbero di più e meglio.