lunedì 9 aprile 2018

#gatti 01

ah! le necessarie geometrie dei puntini dove s'innalzano le vibrisse!

lunedì 12 marzo 2018

proiezioni

i rami nudi ancora per l'inverno
il sole di primavera proietta
sul tuo addome spoglio

martedì 9 gennaio 2018

maria addulurata

#hotelling

maria addulurata

che bisogno c'era di enumerarli? che numero quantifica il dolore di una madre? voi, saggi sacerdoti con la vostra cabala ed il vostro sacro sette, riuscite a comprendere il dolore di una donna che perde un dio ed un figlio?
no! nessuno può comprenderlo! voi costruite la struttura, l'impalcatura di questa tragedia, ne scrivete con geremia la sceneggiatura, qualcuno di voi intitolerà i sette atti, legherà ad un evento un dolore e si preoccuperà che ad ogni spada corrisponda la causa.
tuttavia delle spade basterebbe una sola, una infinita piaga, la prima: io conosco le profezie, io conosco il racconto del profeta geremia. lo dissi anche a brigida che quando allattavo il mio bambino pensavo al fiele ed all'aceto, che quando lo fasciavo pensavo alle corde che lo avrebbero stretto, che quando dormiva lo vedevo già morto.
lasciatemi solo la prima spada, essa contempla già tutto il dolore del creato.
addio figlio, addio mio dio.

martedì 24 ottobre 2017

sballone

il fatto stesso che non riesca a decidere se essere uno sballone cristofilo od uno sballone cristosofico fa sì che io sia uno sballone.

giovedì 11 maggio 2017

calvario

non l'ho mai detto, ma la mia perplessità maggiore era su che fine facessero i pastori dopo l'avvento.
perché col climax rappresentativo tenero e dal calore casalingo del natale ed epifania si giungesse alla tragedia mi era inspiegabile, restavo allibito e non capivo i bambini coi parrucconi con spine e corone di lampadinelle, le bambine con veli d'un blu cosmico con cuori e spade.
diveniva tutto miseramente drammatico e triste.
meno male che mammà, la nanonna in verità, ci faceva interpretare i monacielli con saio a me e mio fratello. ricordo allegria ed una massa di bambini monacielli su di un carro trainato da un trattore, un po' come quando poco dopo si andava con papà ed i cappelli garibaldini alla sfilata del primo maggio.
il partecipare a due rappresentazioni ci esonerava dal parruccone di cristo, dai suoi vestiti in raso di colori rosso sangue e celeste napoli e nastrini dorati. ci toccava solo assisterla la processione.
solo una volta toccò a lucia, forse perché non faceva il monaciello: fece la madonna addolorata. ebbe il suo vestito cosmico con stelle e fili dorati, passato già su qualche cugina, ed io ebbi la possibilità di toccare e smontare una pesante e pungente corona in latta con lampadinelle da un watt collegate tra loro da un filo e a far da altro polo la latta stessa.
alla mia piccola sorella angustiarono non solo i pesi del calvario e della corona, ma anche quello della batteria di dodici volt grossa come una doppia scatola di sardine.
poi da grande seppi della processione dei vattienti di nocera terinese e capii tutto.

jesuisismo

- ma siamo ancora nel postmodernismo o la nostra epoca come cazzo si chiama?
- jesuisismo, la nostra è l'epoca del jesuisismo.
dell'io, del sé che partecipa allo sconcerto di tutti restando com'è, dov'è.
è dire so quel che sappiamo tutti, so quel che è stato, sono io stesso quel che è stato.

sabato 22 aprile 2017

memoria

eh, la memoria.
le recenti ore passate con mia madre mi hanno dato prova, laddove ce ne fosse bisogno, conoscendola io da oltre cinquant'anni, delle capacità di lenimento della sua memoria.
costretti insieme le stimolo i ricordi e le faccio tirar fuori il suo repertorio migliore.
questa è una canzone sull'oltretomba e sui valori materni che imparò quando era a s. pietro in molise, prima che sposasse pa', giovanissima maestrina lontana da casa ed in un'italia che si ricostruiva.
era una canzone per piccini e me la cantava da piccolo, è una canzone assurda:

Mia cara Lena
parole ed aria tradizionali molisane

O come mai, mia cara Lena,
questa mattina non t'alzi ancor?
Mi sento male, un mal di testa;
mi sento male, mal da morir.
Io, se per caso dovrò morire,
ti raccomando i miei piccin!
Al più piccino, ci dai il latte;
al più grandino, dai da mangiar.
Dopo sei mesi, la Lena è morta;
il suo marito torna a sposar.
Ma questa donna, tanto cattiva,
gli maltrattava i cari piccin:
al più piccino dava le botte,
al più grandino dava il bastòn.
Il più piccino corse alla tomba
della sua mamma e chiese il mangiar.
O mamma, mamma! Ciò tanta fame,
ciò tanta fame da morir.
O figlio mio, ritorna a casa,
che è preparato il desinar.
Or dalla spesa tornò il marito
e nella casa Lena trovò.
O come mai, mia cara Lena,
dall'altro mondo tornata qua?
Io son tornata per dirti questo:
che maltrattate i miei piccin;
al più piccino, date le botte;
al più grandino, date il bastòn.
Brutto vigliacco, mi hai fatto uscire!
Non posso in Cielo più ritornar!