venerdì 22 novembre 2013

amarcord mariniano 001







calvanico, inverno 1974
nixon, il boia del vietnam, aveva, in agosto, dato le dimissioni da u.s.pres. per evitare l'
impeachment a seguito dello scandalo watergate





sempre calvanico, estate 1975
 in aprile era caduta saigon ed i cacciatori ritornati nei loro boschi di conifere

lunedì 18 novembre 2013

http://www.cinesichecomprano.com/


a chi non piacerebbe fare l’attore o quantomeno la comparsa in una bella rivisitazione storica? 
a chi non piacerebbe sapere che il patrimonio ambientale, artistico ed architettonico dell’italia sia ben gestito ed altamente produttivo in termini di pil? 
a chi non piacerebbe uscire dalla crisi, sconfiggere la disoccupazione ed abbandonare la ruotine dell’impiego in ufficio od in fabbrica? 
a chi non piacerebbe eliminare la noia del voto, dei talk show politichesi alla vespa, il rodersi il fegato per le malefatte degli amministratori? 
a chi non piacerebbe vivere un paese come quello dei balocchi, come un' immensa disneyland, dove in ogni peculiare storica bellezza, naturale o costruita, siano calati gli abitanti contestualizzati alla bellezza stessa?
a chi casertano non piacerebbe avere il ruolo del re nasone, o quello di vanvitelli? 
a chi casertano non piacerebbe rivivere e far rivivere la corte con cappe, spade e parrucconi? (beh, bisogna qui riconoscere anche un po’ di sano principio della raccomandazione, altrimenti chi impersonerebbe gli operai e gli schiavi che mossero tutte le pietre per la reggia?). 

tutte queste, e tante altre felici soluzioni, sarebbero possibili se dessimo il paese in gestione ai cinesi. questi piccoletti stakanovisti sarebbero seriamente capaci di sfruttare dell’italia il massimo delle sue risorse utilizzandole come sfondo di un gigantesco parco tematico ma, impossibilitati a reggere il ruolo di occidentali nati e pasciuti in occidente, dovrebbe necessariamente impiegare noi. 
pensateci, gente, che a portare i turisti da tutto il mondo ci penserebbero i compagni orientali.

preveggenza del sett.2012

mercoledì 13 novembre 2013

OUTDOOR 04 'a fràveca

04
‘A fràveca


  Te lo avevo già raccontato, allora girava ‘sta battuta scema sul cugino elettricista di cuntachinte e a Saverio accuminciarono a chiamarlo cuntatore, ma non c’azzeccava l’elettricità era per le sue capacità di fare i conti.
  ’O cuntatore non sbaglia mai, può fare i calcoli più complessi a mente, è un dono naturale, non da tutti.
  E’ ‘n animale, ‘n animale che vive con gli animali ma il pataterno gli ha fatto ‘sto dono, ‘na mente che nemmeno caccioppoli.
La thema scura, nera, bludiplomatico? da cui osservavano la fràveca, era accostata lungo il fosso della provinciale e nell’oscurità brillavano solo i led interni e la tastiera del cellulare di Giorgino ‘O ‘ncensurato.
  Cioè Giorgì tu mi fai sapere che ci dobbiamo incontrare, mi prelevi appena arrivato da Roma, mi porti in aperta campagna per parlarmi di questo contatore, per farmi vedere la sua casa.
  Ma Gio’ ti ha dato di volta il cervello? ma ti rendi conto del momento?
Aveva una felpa e dei pantaloni da tuta blu, il Potentato. Chiamiamolo così, manzonianamente, anche per non incorrere in rischi di sapere troppo, io e voi.
Aveva dismesso il doppiopetto gessato grigio, la sua divisa, per quell’abboccamento aveva invertito la scriminatura e tolto gli occhiali.
Era nervoso, molto nervoso. Chiaro, si stava giocando la sua candidatura, ancora pochi giorni e sarebbe stata ufficializzata. E anche qui è meglio, per me e per voi, sorvolare sul partito di appartenenza, o meglio il partito a cui era planato dopo un bel salto di quaglia.
  Lo sai com’è papà mio, prima i soldati e poi i capi è il suo detto.
  E’ affezionato a Saverio, anzi ha con lui un debito di riconoscenza.
  A mio padre Alfredo mancò poco di finire come alcapone beccato dal fisco per transazioni di terre e allevamenti.
  Solo ‘o cuntatore seppe toglierlo dagli inghippi con un giro calibratissimo di fatture e controfatture.
Il Potentato che a stento controllava il nervosismo, e la fifa di controbattere, si convinse a giocare le sue carte migliori. Un bel pistolotto in politichese, blando, mellifluo come funziona sempre.
  E sono d’accordo, certo la politica della tutela dei sottoposti ha sempre ripagato nel passato, la fiducia degli uomini nell’organizzazione non veniva mai a mancare se i capi si preoccupavano per loro.
  Ma come gestite ora la struttura, tu e gli altri? Non avete abbandonato il paternalismo dei vecchi boss per organizzarvi come un’impresa dove ognuno ha il suo salario, la sua retribuzione a seconda del personale apporto e ruolo al suo interno?
   Te lo vedi un industrialotto chiedere dei problemi familiari o finanziari di un suo dipendente, te lo vedi impegnato a risolvere i problemi personali di qualche operaio perché altrimenti questo non lavora bene?
  Ma son cose dell’ottocento, ora lo sostituisce immediatamente e non deve nemmeno renderne conto a qualche organizzazione sindacale.
  Questo è il sistema adesso, son trascorsi i tempi della nco, son finiti i tempi del don che vede e provvede a tutto.
  E tu lo sai, tu non agisci più come agiva tuo padre.
Il pistolotto non stava funzionando, il Potentato se ne accorgeva. ‘O ‘ncensurato stava piegando la testa nella sua caratteristica maniera di quando non era d’accordo e questo lo preoccupava. Conoscendolo da quando era ragazzo sapeva quanto Giorgino riusciva ad incattivirsi e divenire incapace di controllarsi.
Meglio tentare con l’adulazione.
  Ohi Giò tu sei della generazione dei colletti bianchi, e fra questi sei il più intelligente, il più furbo, quello che non a caso chiamano l’incensurato.
  Nessun pm ha mai raccolto prove contro di te, proprio perché hai sempre evitato, anche seguendo i miei consigli te lo devo ricordare, di fare piazzate inutili e soprattutto sanguinarie.
  Tu hai un megaufficio al centro direzionale, hai contatti con l’imprenditoria buona, con i politici e soprattutto con me.
  Sai come chiamano i sociologi e gli analisti il tuo, il mio sistema.
  Lo chiamano alta camorra, l’alta camorra che ha connessioni con il mondo economico, con quello decisionale della politica, con quello dei tecnici e alla fine, ma proprio alla fine, con la bassa camorra, quella delle famiglie che controllano militarmente i vari quartieri e zone avendo come ultima manodopera l’infimo muschillo spacciatore.
Ancora sollevava il naso dalla sua piastrina di platino, un optional abituale per Giorgino quando sniffava, mentre scapezzò con violenza e si diede il solito colpetto sulla fronte.
Quasi tutti noi l’abbiamo visto fare nei film, ne abbiamo un’idea e a questa dovete solo aggiungere la finezza dello specchietto di platino.
Ritorno su questo oggetto perché, usandolo Giorgino per controllarsi i denti dopo i pasti e una sommaria pulizia con lo stecchino, capiate che per quanto colletto bianco egli non ha perso i modi della bassa camorra, anzi il suo colletto è spesso macchiato di sugo e quant’altro.
  Allora Potè ora te la spiego tutta e vorrei non ritornarci più.
  Saverio il contatore non è un compariello qualsiasi, nel corso della sua vita e dell’impegno cieco per il clan ha messo da parte tanti di quei segreti e una banca dati da rendersi esclusivamente indispensabile.
  Il lavoro di pastore, che svolge con autentica passione, maschera capacità economiche e finanziarie che surclassano abbondantemente quelle di tutti i miei commercialisti messi insieme.
  È lui che controlla periodicamente tutti i conti di quella che tu chiami impresa d’alta camorra, lui stabilisce quanto vanno e a chi vanno le quote parti degli utili di quest’impresa.
  Anche tu e io siamo inquadrati nei bilanci di Saverio, fra le sue cartuscelle non mi meraviglierei di trovare appunti su quanto possa io spendere in coca annualmente e quanto ti fottano le tue donne mensilmente.
Fu come una folgorazione per il Potentato. Quasi soffocò per la sorpresa della rivelazione che gli era balenata ascoltando Giorgino.
  Cioè tu mi stai dicendo che potrebbe ricattarci? Divenire una gola profonda degli sbirri?
Cadeva tristemente in un linguaggio, anche desueto, da bassa camorra. Abbandonava ogni contegno ed ogni controllo debitamente imparato in anni di studi, politica e scuola di dizione che gli aveva fatto sparire quel brutto accento paesano.
Il Potentato preoccupato ritornava bambino, si ritrovava sulla schianata con gli altri a parlare in gergo camorristico dei fatti camorristici. Si ritrovava amico di Alfredo a pensarsi capozona e braccio destro con la missione di chiudere per sempre quel cesso della bocca di Piet’ ‘o leccalecca. Gli sparavano con l’indice  ma era facile immaginarlo freddo e nero, come era facile pensare la loro graziella una kawasaki 750 che ripartiva sgommando dopo il colpo di grazia in faccia allo schifoso boccaperta.
  Lo sta già facendo, Potè.
  Papà gli ha detto per l’ultima volta che la sua casa non è sanabile, che è impossibile fargliela completare.
  Quando ha capito che le nostre forze si fermavano davanti alla sua ordinanza di abbattimento non ha voluto sentire più ragioni.
  Quattro ville, finite, lussuose gli ha offerto mio padre.
  Insomma , Potè, tu sei l’ultima possibilità, non ti avrei scomodato se ci fossero state altre soluzioni.
Il Potentato stava già pensando all’archivio nascosto del contatore, a come sarebbe stato offerto all’attenzione di un magistrato, a come la loro alta camorra sarebbe svanita a causa di un cocciuto pecoraro che nessun soldo o minaccia poteva piegare. Doveva riprendere il controllo di sé.


                                                                                                  foto di Gianni Ja Voceira
  
  Ma Giorgino, la vedi anche tu la situazione di questa costruzione.
  Ma nemmeno volendo fare una legge, trovare un escamotage solo per questa faccenda, per lui, solo per lui come fa chi so io.
  Ma nemmeno falsificando piani, planimetrie, catastali o qualunque pubblico atto amministrativo si potrà trovare la soluzione a questo problema.
  Nessuno si farà corrompere per chiudere un occhio, ‘sto inguacchio è troppo grosso.
  Nessun condono potrà sanare una situazione pregiudizievole per la sicurezza pubblica e, soprattutto, desumo che la proprietà della superficie non è certo più del contatore che sarà stato abbondantemente risarcito dall’esproprio da parte pubblica quando realizzarono la strada sopraelevata.
  Niet Giò, non si può fare.
La mascella di Giorgio vibrava per il nervosismo. Se il Potentato gettava la spugna significava che per le vie traverse non ci sarebbe stato alcun modo per accontentare Saverio il contatore e che toccava a lui assumersi la soluzione finale in merito alla questione.
  Va bene, Potè, va bene.
  Allora significa che questo incontro lo sfruttiamo per meglio definire le strategie della tua elezione.
  Ce ne andiamo a mangiare e bere e a Saverio penserò con un po’ di fantasia.


Il racconto che precede è frutto di fantasia e mai potrebbero verificarsi, a mio parere, circostanze e discorsi del tipo raccontato. Quantunque qualcuno riconosca fatti, luoghi e personaggi dovrà ritenere tale eventualità figlia del solo caso. Grazie.
Trentola sett.2011




giovedì 31 ottobre 2013

La rana in tempura.


Potrei comunicare della rana coinvolgendoti con effetti speciali: ricetta-epilogo rana, ma anche della pettola: ricetta-epilogo pettola
Ed è quello che sto facendo. 
Tuttavia mi interessa raccontarti una breve storia vera. Questa iniziò già in maniera inusuale quando, per un documentario sulla rana come cibo di una tv giapponese, riuscimmo a trovarne una ed una sola. Il pescivendolo mi portò di chiacchiere per del tempo sulla disponibilità di qualche chilo di rane vive, garanzia di freschezza ed autoctonia, fino al giorno delle riprese quando, sempre scusandosi di non averle trovate, ricordò di averne una, perduta e rintanatasi fra la cella e la vasca. 
La vittima sacrificale c'era.
Non so quale funzionario della soprintendenza alla Reggia, dove la troupe nipponica girava un documentario sul monumento, li indirizzò da noi per avere testimonianza di come si puliscano e si cucinino le rane a Marcianise. 
Intanto lo ringrazio perché potemmo farci un'idea concreta delle impassibili capacità di sintesi e di organizzazione dei giapps, e perché godemmo dei loro complimenti dopo che ebbero provato alcuni nostri piatti, tra cui quell'unica rana fritta. 
Ora, mio caro, io non sono un gran soppressore e pulitore di rane: occorreva l'opera della suocera visto il rischio di un brutto risultato provandoci con una sola rana. 
L'intervento di chi risultava ai loro occhi, una volta che la graziosa interprete li ebbe informati, come la titolata addetta alla mattanza attizzò ancor di più l'interesse dei tre. La troupe, dotata di diafani guanti tipo chirurgo, aveva circondato il tavolo con cavalletti, luci e telecamere e, finanche, un microfonone di quelli con la pelliccia.

I veloci gesti di 'Ngelina, la suocera, al ciak risultarono esperti e precisi: decapitazione e spellamento, vivisezione e distacco delle viscere con particolare attenzione alla famigerata vescichetta del fiele. 
Ripresero tutto con un interesse che nemmeno Linneo ebbe per la sua classificazione. 
Loro ripresero tutto, loro, e noi, dopo i complimenti, gli arigatò di rito ed i bellissimi tenugui che ci regalarono dedicandoceli, ci rendemmo conto di non aver fatto nemmeno una foto. 
Strùnzi.
  








Il tenugui regalatomi con tanto di dedica, certificazioni sul prodotto e precisissime istruzioni d'uso.
Preciso, per tenermi in tema, che quello di Maria ha grafica diversa ed è rosso. 

mercoledì 30 ottobre 2013

ricetta epilogo da OUTDOOR 06 'a fraveca II




Come introdurre ora la periodica ricetta?
Beh! Sono alquanto scafato nell’osservare e ricordare le cose del mio piccolo mondo paesano, da non poter fare a meno di riportare una consuetudine quasi estinta come la spaventata
Il pranzo della spaventata era uso offrirlo allorquando si finiva di gettare l’ultimo solaio di una fràveca per civile abitazione, allorquando si usava anche innalzare una patriottica bandiera sulla copertura – a dimostrare il successo degli sforzi fatti dalla famiglia che costruiva e, un po’, per sollevare l’invidia dei vicini ancora a casa a pesòne.
Erano le donne di casa a preparare quest’ abboffata anche se a parteciparvi erano i soli uomini della famiglia e gli operai della squadra realizzatrice – ospite riverito e ben servito il masto fràvecatore a capo di questa.
Così in un clima dapprima di timidezza e poi, con il mescere del vino, sempre più festoso e, per l’assenza delle femmène, sempre più disinibito venivano servite varie rustiche portate tra le quali oltre agli spaghetti, per cui la spaventata sarebbe la storpiatura di spaghettata, erano spesso presenti le pettole e fagioli.


Come spesso accade quando si affronta la locale tipicità di un piatto – ma succede anche in altre applicazioni umane, soprattutto quando gli intenti classificatori sono così forti da far perdere di vista la portata di aspetti più particolari…n'est que spéculation intellectuelle, citoyen - quando si parla delle pettole come di un piatto tipico marcianisano (2) sfuggono le innumerevoli e svariate maniere di prepararlo, tipiche, questa volta sì, delle singole famiglie. La ragione di questa variabilità sta nell’essere le pettole un piatto in cui affluivano, a seconda della disponibilità stagionale o finanziaria, diversi ingredienti e diversi erano i modi di prepararlo.
A cominciare dalla scelta, o meglio disponibilità, dei fagioli: chi li vuole bianchi, chi rossi e chi entrambi - passando per l’aggiunta o meno del sugo di pomidoro, stabilendo che siano più gustose aggiungendo alla farina d’impasto della crusca… - avremo per ogni clan marcianisano una diversa composizione delle pettole.
Probabilmente non esiste nella tradizione mediterranea un piatto più ancestrale e vernacolare di questa pasta, semplice impasto di farina ed acqua mediamente essiccata e tagliata secondo striscie variamente larghe – le pappardelle ne sono la versione secca ed ingentilita.

Le nonne delle nostre nonne, che non furono certo fini e metodiche sfogline emilianromagnole, seppero fare della grossolana consistenza di questa sfoglia, spesso messa ad essiccare sul piano dei loro altissimi lettoni, la base dei più svariati e rustici e colesterolici condimenti.
Fingendo di non preoccuparsi delle mine di colesterolo con cui bombardereste il vostro corpo, la preparazione fondamentale, comune a tutte le pettole, è il soffritto di base: un trionfo di grassi e carni suine che raggiunge l’apice con l’aggiunta della salsiccia di polmone – essiccata e successivamente ammorbidita dal sugo la ricordo una delizia – e della noglia (3). Entrambi quest’ insaccati, di carni di secondo e terzo taglio la prima  e di budella ed intestini la seconda dal nome misterioso, dimostrano che del porco non si getta nulla.
Il peperoncino e della buona cipolla, a me piace accompagnarvi anche dei dadini di carota e gambo di sedano ed un po’ d’aglio, sono gli altri ingredienti che formano il soffritto al quale si aggiungeranno i fagioli scelti – se cotti nella pignatta al fuoco del camino si trasmetteranno al piatto piacevoli sentori di fumo – dei quali consiglio di passare al mixer una parte.
Saltate le pettole nel sugo preparato, vi potrete aggiungere un po’ di sugo di pomodoro e, lo consiglio fortemente, dei pomidori tagliuzzati che risulteranno appena scottati allorquando impiatterete.
Il vino consigliato? Beh! Stavolta lascio a voi la scelta ma, mi raccomando, non lesinate sui tannini.



(2) il piatto è tipico soprattutto del basso Lazio.
(3) con lo stesso nome è conosciuta, oltre che nelle province campane, anche in Molise


ricetta epilogo da OUTDOOR 04 'a fraveca




Il racconto che precede è frutto di fantasia e mai potrebbero verificarsi, a mio parere, circostanze e discorsi del tipo raccontato. Quantunque qualcuno riconosca fatti, luoghi e personaggi dovrà ritenere tale eventualità figlia del solo caso. Grazie.
Fatti reali e/o leggende paesane sono quelli che seguono, alcuni,  per la loro ormai ampia distanza temporale mancano fortunatamente di rischi di saperne troppo, sempre per me e per voi, e che servono ad introdurre la periodica ricetta culinaria.


Fritto di rane ed anguille.
Strano destino ha accomunato queste due specie acquatiche. Una comunanza non unica. In comune la natura, l’evoluzione, li ha dotati di una vita all’insegna della metamorfosi.
La rana, anfibio per eccellenza, nasce in acqua e diviene adulta, capace di vivere all’aria assumendo svariate forme fisiche.
L’anguilla ha metamorfosi ancora più complesse nella sua crescita tanto da divenire quasi - mi si perdoni l’azzardo dell’affabulatore - psicologiche nel nascere nel Mar dei Sargassi e qui farvi ritorno da adulta, anche dopo un ventennio vissuto nelle nostre acque dolci, per procreare e morire.
Orbene le due specie hanno un’altra comunanza: entrambe sono gradite al palato della nostra specie.
Io, che non ho ancora mezzo secolo, ricordo di una femmina (1) che vendeva le rane per strada strappando le loro capozzelle con un morso e scuoiando la pelle con uno strappo. Era velocissima e, devo dire, lo era anche nell’afferrare le monete.
Ricordo che da ogni nostro pescivendolo, o al mercato quando quello del pesce si svolgeva ancora sotto il porticato dell’ex piazza Principe di Napoli, erano esposte pigre anguille in scatolari vasche d’acqua.
Ma la cottura in frittura dei due animali, nonostante fossero un cibo atavico per le nostre genti di pianura, di corsi d’acqua ristagnanti, veloci come il Clanio o successivamente irreggimentati nei Regi Lagni borbonici, non era una cosa diffusa in famiglia, o almeno in quelle meno abbienti, visto il costo dell’olio o dei grassi utilizzabili.
Si friggeva ma lo si faceva nelle cucine delle osterie, delle cantine, dove la frequenza degli avventori rendeva conveniente tenere alla giusta temperatura, dai 160 ai 180 gradi, i grassi.
Fra gli abituali avventori locali di queste cantine vi erano i guappi, i camorristi che potevano permettersi di frequentarle tutti i giorni ed eleggerle quasi a loro ufficio privato dove potevano ricevere e lanciare segnali e messaggi per la corretta gestione della mala res e dove poteva capitare di essere raggiunti dal fuoco di qualche esordiente del settore.
Prima della camorra eletta a sistema dei nostri giorni, prima dell’alta camorra dei colletti bianchi, c’era una camorra rurale, autarchica e organizzata a livello feudale.
I suoi esponenti, compresi quelli della svolta cutoliana, fino all’ultimo ommo ‘e panza meroliano,  erano personaggi pubblicamente riveriti e onnipresenti nella vita paesana.
Questi mangiavano e bevevano in osteria e spesso ordinavano il fritto di anguille e rane.
La ricetta è semplicissima. Dopo aver eviscerato le anguille - operazione delle più complesse visto le loro viscidità e coriaceità nel morire - e spellate le rane – operazione delle più rare oggigiorno visto che si trovano già pulite e congelate - vanno infarinate,  gettate in immersione nell’ olio caldo e adagiate su carta assorbente a fine cottura per eliminare l’olio superfluo.
Stop.

Il piatto va servito caldo ed accompagnato con un vinello bianco freddissimo. Consiglierei un asprinio aversano o meglio la sua versione angioina di spumante.


(1) l'anziana donna ho scoperto, da adulto, essere stata la nonna di Bruno Buttone, condannato per camorra.